Titolo: Bloodshot
Regia: Dave Wilson
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5
Il marine Ray Garrison dice di essere uno che torna
sempre a casa e infatti anche la sua missione a Mombasa ha avuto successo. Si
gode quindi un po' di licenza in Italia, tra la base di Aviano Gentile e una
gita in auto ad Amalfi (quasi fosse dietro l'angolo) con la moglie Gina.
Entrambi vengono rapiti e la loro situazione sembra senza speranza, ma poi Ray
si sveglia in un laboratorio ad altissima tecnologia dove scopre gli sono stati
innestati dei prodigiosi naniti nel sangue, che fanno di lui un
supersoldato.
E’ difficile fare una lista di tutti i difetti o meglio i
clichè di cui è costellato il film di Dave Wilson, un mestierante che aveva
almeno fatto bene con uno degli episodi della saga di LOVE DEATH+ROBOTS.
Bloodshot aveva delle aspettative, creare un ibrido di
tanti film ma con un budget faraonico, un cast interessante (fatta eccezione
per Vin Diesel), trattare naniti e tecnologia militare, scene di combattimento
che facevano presagire tanta azione e divertimento e infine magari qualche
colpo di scena per una trama non scontatissima. Invece fin da subito è appurato
come il meccanismo non funzioni, da quando il nostro protagonista viene
incatenato nel bunker prima di essere ucciso (?), dall’incidente scatenante
nella battaglia contro ipotetici avversari nella legione straniera, di come il
complotto a sua insaputa sia così ridicolo da essere svelato dopo il primo atto.
E’necessario andare avanti?
Qualche scena d’azione carina, quella ad esempio negli
ascensori, il film la regala pure, ci mancherebbe d’altronde, ma la trama è
mostruosamente banale, gli scopi e gli obbiettivi dei villain sono ormai
materia così saccheggiata da sembrare scritta da un bambino, il governo cattivo
che usa i suoi soldati come carnefici a loro insaputa, Pearce e Kebbell buttati
nel cesso, Diesel che mantiene una sola espressione per tutto il film con la
voglia di vendicare la moglie uccisa e altri luoghi comuni così manifesti e
palesi da rendere il film lungo, lento e monotono per cercare nel terzo atto di
cambiare quadro da un momento all’altro con il risultato di sembrare ancora più
confuso e in difficoltà.
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