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lunedì 11 marzo 2019

Gonji


Titolo: Gonji
Regia: Arman Gholipourdashtaki
Anno: 2017
Paese: Iran
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Gonj (ape) è il racconto di persone che lavorano sulle montagne di Zagros, in Iran. Ad elevate altitudini e con semplici strumenti avviene la raccolta di un miele speciale con ottime proprietà curative. Paesaggi mozzafiato.

Le api sono un bene universale. Quando scompariranno tutte (e non manca molto) allora ci renderemo conto del loro insostituibile apporto al nostro pianeta.
Un gruppo di persone, in particolare un uomo, mostra la complessa pratica per cogliere il miele e scacciare le api rimaste. Il profondo rispetto e la ritualità della pratica, fanno emergere una lenta e importante ciclicità di nomadi e gruppi di persone che da secoli portano avanti lavori scomodi procacciandosi i lavori nei modi più strani e impensati oltre che impervi dal momento che il gruppo di montagne di Zagros oltre ad essere monumentalmente affascinante fa impressione per le sue dimensioni e in alcuni casi l'inaccessibilità a salire su alcune pareti.

domenica 10 gennaio 2016

Taxi Teheran

Titolo: Taxi Teheran
Regia: Jafar Panahi
Anno: 2015
Paese: Iran
Giudizio: 4/5

Un taxi attraversa le strade di Teheran in un giorno qualsiasi. Passeggeri di diversa estrazione sociale salgono e scendono dalla vettura. Alla guida non c'è un conducente qualsiasi ma Jafar Panahi stesso impegnato a girare un altro film 'proibito'.

Cinema neorealista e militante. La settima arte come strumento di conoscenza e di lotta.
Così verrebbe da definire il lavoro di Pananhi che merita due righe soprattutto per cercare di capire gli intenti di questa insolita opera.
Panahi è stato condannato dalla 'giustizia' iraniana a 20 anni di proibizione di girare film, scrivere sceneggiature e rilasciare interviste, pena la detenzione per sei anni.
Ma non c'è sentenza che possa impedire ad un artista di essere se stesso, ed ecco allora che il regista ha deciso di continuare a sfidare il divieto e ancora una volta ci propone un'opera destinata a rimanere quale testimonianza di un cinema in un paese in cui le contraddizioni si fanno sempre più stridenti.
I passeggeri che salgono sul taxi non sono moltissimi.
Per target d'età e la differente condizione economica, riescono tutte a dare un quadro e un'idea di come sta la gente a Teheran, di cosa la preoccupa, di quale può essere il senso di giustizia, captando chi più chi meno la profondità della società.
Il film ci mette un po a decollare ma dal momento in cui entrano in gioco l'avvocatessa dei diritti umani, amica del regista, la nipotina fastidiosa che vuol fare la regista e perfettamente in linea con l'educazione del regime e l'omuncolo che vende dvd pirata da altri paesi, il film indossa tutta la sua forza drammaturgica e il bisogno di dare testimonianza del termometro di una capitale.
Panahi dopo due film, anch'essi clandestini, sfrutta grazie alle più recenti tecnologie, il modo per contrattaccare i divieti dal momento che è sempre più difficile per i regimi impedire agli individui di fare testimonianza di quanto accade
Il finale è profetico e allarmante.

Due poliziotti in borghese penetrano violentemente nella macchina momentaneamente abbandonata da Panahi e dalla nipote, alla ricerca di un “girato” da distruggere o di cui servirsi contro il regista  

venerdì 21 febbraio 2014

Hunter-Il Cacciatore

Titolo: Hunter-Il Cacciatore
Regia: Rafi Pitts
Anno: 2010
Paese: Iran
Giudizio: 3/5

Appena uscito di prigione, Ali pensa solo a recuperare il tempo perduto assieme alla moglie e alla figlia di sei anni. I turni di notte come guardiano presso una fabbrica di automobili gli impediscono di essere costantemente presente, ma Ali cerca comunque di fare il possibile per stare accanto alla famiglia. Nei momenti in cui loro sono fuori, attraversa a piedi tutta Teheran per andare a cacciare nei boschi della periferia. Un giorno, di ritorno da una di queste battute di caccia, Ali torna a casa e non trova più né la moglie né la figlia. Quando si rivolge alle autorità per denunciare la scomparsa, viene a sapere di un brutale incidente avvenuto fra la polizia e alcuni manifestanti.

La condanna che sembra travolgere il destino di Ali, appare agli occhi del regista come un quadro neorelista. E' un fatto sociale quello che emerge da questo intenso e dramatico film iraniano in un panorama su cui negli ultimi anni di guerre,tensioni e attentati, la sopravvivenza sembra sempre più fare parte di una circolarità del destino che non offre scampo e vie di fuga.
Il finale è sempre tragico. La vendetta e lucida follia di Ali diventa una missione personale e disperata che non potrà che allargare la catena di follia e isolare il protagonista in un suo universo lontano da tutti, in cui il governo, il caos che imperversa nel paese, la difficoltà a cercare e trovare dialogo e i fanatismi religiosi sempre più accesi, diventano gli arti su cui si allunga la denuncia e il bel dramma di Pitts.