mercoledì 5 giugno 2019

Training Day


Titolo: Training Day
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jake Hoyt è un giovane poliziotto, idealista e di belle speranze, che è stato appena assegnato alla sezione narcotici del dipartimento di polizia di Los Angeles. Animato dal fuoco sacro della giustizia, Jake ha un solo giorno per dimostrare di avere la stoffa per quel lavoro. A giudicarlo è il sergente Alonzo Harris, veterano della sezione antidroga, che lavora da tredici anni nei quartieri più caldi della città, violente centrali di spaccio, animate da energumeni sudamericani a suon di rap e proiettili. Il problema è che la pratica con i criminali ha reso la pelle di Alonzo fin troppo dura. Muovendosi costantemente in bilico tra legalità e corruzione, il sergente trasforma il giorno di addestramento dell'ingenua recluta in un cinico e crudele gioco all'ultimo sangue. Dove solo i più forti vincono.

Il poliziesco, il buddy movie o buddy cops, è stato da sempre un genere molto saccheggiato nel cinema. Negli Usa in particolare dove sparare senza un preciso motivo è sempre stato motivo di dibattiti, il cinema dalla sua ha cercato di assorbirne i difetti sottolineando peculiarità ma anche disordini, giri di denaro, in almeno due parole: corruzione e razzismo.
Training Day nasce e cresce proprio per questo raccontando la storiella del poliziotto bianco che decide di diventare poliziotto per proteggere la comunità e si troverà a lavorare con l'anziano collega di colore che invece dopo anni ha cambiato intenti e segue le regole del profitto e del proprio tornaconto.
Girato con una grande capacità di renderlo attuale nelle scene d'azione, i meriti artistici e tecnici del regista superano decisamente quelli di scrittura con alcuni sotto passaggi lacunosi o incredibilmente macchinosi e telefonati.
L'addestramento e la strada come palestra, i codici criminali, le bustarelle e le maniere forti sono codici come riti d'iniziazione che in un modo o nell'altro sono destinati ad entrare nella vita personale di ogni agente sancendo una propria auto determinata morale, oppure accettando di rimanere intrappolati in un sistema dove si sceglie di diventare gregari del gruppo.
Una ventiquattro ore adrenalinica e violenta questa è la log line che il regista americano insegue e da cui viene travolto, mostrando ancora una volta i poliziotti più marci e corrotti dei delinquenti, e dove fare la cosa giusta ha spesso i contorni di un’azione sbagliata.
Nella visione manichea tra agenti buoni e cattivi, vittime e carnefici, tra bianchi e neri, a dettar legge, rimangono comunque gli intramontabili joint di Spike Lee

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