Shoo è inviata in uno sperduto villaggio per occuparsi di una donna agorafobica che teme entità sinistre, i Na Sídhe. Mentre costruiscono, ma la paranoia, i rituali e le superstizioni dell'anziana portano Shoo a confrontarsi con gli orrori del suo passato
L'archetipo della donna mandata in un luogo ameno ad aiutare quella che viene tacciata come una vecchia pazza è una trama che ha spesso funzionato e convinto. Frewaka unisce folklore, horror e dramma psicologico. Due fragilità che si annusano per poi avvicinarsi.
Aislinn Clarke dopo un esordio molto interessante come DEVIL'S DOORWAY dove entrava nel filone del soprannaturale e delle possessioni, tema ormai abusatissimo, riuscendo a uscirne con qualcosa di originale, d'atmosfera e molto inquietante oltre ad analizzare una tematica poco nota all'interno di quella narrazione. Qui certo c'è un villaggio con le sue superstizioni, un proprio culto, una cerimonia che aspetta proprio la forestiera per potersi concretizzare. Tutti topoi di genere che con gli anni abbiamo ormai visto in tutte le salse ma la Clarke riesce a trovare sempre importanti segnali d'inquietudine, caratterizzando i personaggi in maniera molto accurata e approfondita.
Il titolo del film, primo horror in lingua irlandese, deriva dalla parola irlandese “fréamhacha” che significa radici. Sono in effetti le radici di un passato al contempo personale e collettivo ad impossessarsi del corpo e della psiche di Shoo, come un paio di braccia raggrinzite che, malgrado l’apparente decadenza, posseggono una forza sovrumana. La protagonista cerca di sfuggire dai ricordi della sua infanzia ma questi tornano a tormentarla ricordandole che le cicatrici interne, quelle impresse indelebilmente nella mente, non possono essere cancellate.
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