venerdì 8 settembre 2017

Message from the King


Titolo: Message from the King
Regia: Fabrice du Welz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jacob Kin arriva in città dal Sud Africa, alla ricerca della sorella minore. Ha solo poche centinaia di dollari in tasca e un biglietto di ritorno che scade dopo una settimana. In sole 24 ore, scopre che la ragazza è stata brutalmente assassinata. Il film parla di quello che avviene nei successivi sei giorni.

Du Welz è uno dei miei registi post-contemporanei preferiti. Ha girato una trilogia indimenticabile con CALVAIRE, Vinyan e Alleluia. Semplicemente sono tre film complessi e importantissimi, tre sguardi che richiamano l'horror per le loro atmosfere e le loro storie molto inquietanti e originali.
Poi sappiamo che il talento belga ha avuto diversi problemi con le produzioni, diventando un regista cult amato e beniamino dei festival, mentre dall'altra parte stava diventando sempre più difficile produrre le sue opere che seppur vero a livello di cinema di genere sono opere colte e complesse facendo incetta di premi, dall'altra a livello commerciale non hanno saputo vendere come e spesso il cinema ha bisogno essendo di fatto e prima di tutto un mercato.
Colt 45 è un poliziesco teso e spietato con una fotografia magnifica, uno script già meno originale e onirico oltre che ipnotico rispetto a i suoi precedenti film, ma con un finale devastante e un buon manipolo di attori. In questo caso la trama è ancora più asciutta con pochi ma potenti colpi di scena tra cui l'incidente scatenante e una giustizia privata abbastanza funzionale nel cercare percorsi nuovi soprattutto nella psicologia del protagonista, le sue strategie e il doppio gioco dei suoi stessi nemici. Una storia abbastanza scontata che gode di alcune buone prove attoriali con un nutrito cast che vede alcuni volti noti e lo stile sporco di camera e fotografia che il regista adotta al meglio nei bassifondi di Los Angeles lasciando da parte tutte quelle impressionanti location e atmosfere di Vinyan.
Qui come per Colt 45 la città non è un'isola selvaggia anche se in questo le bande di criminali e gli spietati affaristi che si nascondono nelle loro lussuose ville nascondo orrori a volte così indicibili che a confronto la natura per quanto selvaggia si rivela sempre in fondo meno contorta dell'animo umano. La sua prima regia yankee dunque non è stata così becera come si poteva pensare anche se si vede che il talento e la politica dell'autore nelle sue ultime opere esce poco. Ma pur di vedere ancora il talento belga preferisco che continui a fare cinema in America magari dando coraggio e fiducia ad uno dei suoi progetti personali.
"Ho avuto però la possibilità di girare quanto mi ero prefissato nel modo in cui l’ho pensato e ho avuto un certo controllo sulla produzione. La post-produzione invece è stata più difficile, tutto un altro gioco, a causa delle molte voci che interferiscono, dai sindacati alla DGA (Directors Guild of America). Hai a disposizione 10 giorni per realizzare la tua directors’cut, dopodiché subentrano i produttori, che guardano il materiale e decidono. Inoltre devi occuparti del montaggio, comprensivo del suono e della colonna sonora, quindi non c’è modo di fare le cose con calma passo per passo … A un certo punto comunque, i produttori prendono il sopravvento e tutto diventa molto complicato. Questa cosa però va accettata, perchè funziona così da quelle parti. "

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