mercoledì 11 ottobre 2017

Blade Runner 2049

Titolo: Blade Runner 2049
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

L'agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell'anno 2049. Sono passati trent'anni da quando Deckart faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace e ha convinto il mondo con nuovi "lavori in pelle": perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo. Per esserne certo, però, dovrà andare fino in fondo. Come in ogni noir che si rispetti dovrà, ad un certo punto, consegnare pistola e distintivo e fare i conti da solo con il proprio passato.

Blade Runner 2046 bisognerebbe cercare di guardarlo senza troppe pretese cercando di dimenticare per un attimo che la macchina hollywoodiana sta cercando di puntare sui vecchi cult per vedere se con le tecniche digitali odierne possano accadere i miracoli. Dal punto di vista della c.g mi verrebbe da dire certo che sì, per quanto concerne la storia e la sceneggiatura nì.
Blade Runner è solenne e distopico. Minimale e patinato all'inverosimile. Apocalittico e cinico. Villneuve rimane uno degli unici insieme forse a Cuaron a poter cercare di dare carattere, sostanza e atmosfera al film strutturandolo con la sua politica da autore e riuscendo ad affinare ancor meglio la tecnica. Un'opera che per diversi punti e davvero inquietante mostrando come forse finiremo e tracciando alcuni squarci che la politica del Cacciatore di Androidi di Philip K. Dick si è sempre rivelata profetica sotto certi aspetti e sembianze. La società nel 2049 è ben peggiore di quella di Deckard mostrando ancora una volta come un abominio, ovvero dove finisce il confine tra l’obbedienza androide e la ricostruzione di un’identità creata dal nulla ma settata con l’innesto di ricordi artificiali e soprattutto se tutto ciò viene lasciato in mano a un essere non meglio definito come Wallace.
Villneuve dicevo rimane uno dei registi più importanti di questa generazione e non parlo solo per la diversità nei generi in cui spazia senza difficoltà, non sempre firmando dei filmoni come accade per Sicario che risulta per assurdo forse il suo film meno convincente.
Sin dall'inizio del film, lo script a quattro mani di Fancher e Green, le location e le scenografie di Dennis Gassner fanno da padrone insieme alla fotografia dell'immancabile Deakins, le impalcature visive, la musica di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch che sembra ricordare la fine del mondo, portando a riflettere sui gesti compiuti dai vari replicanti e anche qui alcune inquietudini filosofiche che come per Alien-Covenant lasciano perplessi e non trovano sempre risposte.
Era il novembre del 2019. Il cacciatore di replicanti Rick Deckard e Rachael provavano a fuggire da un destino segnato. Qui scopriamo che quanto successo dopo è ancora peggio. Il colpo di scena su K che scopriamo assieme a lui è una di quelle magie che il regista spesso conferma nei suoi film regalando dei climax importanti anche se allo stesso tempo in alcune scelte come il finale ad esempio appaiono abbastanza macchinose e forse poco avvincenti. L'aspetto però più conturbante e che Villneuve ha invece deciso di intraprendere, secondo me facendo un mezzo errore, è stato quello di voler rendere più dirette questioni, filosofiche e non, che nel precedente film rimanevano sospese, rischiando a volte di palesare troppo senza lasciare quell'aura di dubbio.
Qui c'è di nuovo l'amore ma anche il contatto e la paura di rimanere soli. Nel film di 30 anni fa, la storia concedeva meno cercando di lavorare di sottrazione e imbastendo di fatto una log line molto breve in cui de facto un cacciatore di replicanti doveva svolgere il suo lavoro mentre qui oltre quel lavoro, il nostro agente K scopre il disegno che sta dietro la svolta che rischia di cambiare le sorti del pianeta.




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