giovedì 28 luglio 2011

Effedia-sulla mia cattiva strada


Titolo: Effedia-sulla mia cattiva strada
Regia: Teresa Marchesi
Anno: 2008
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La pellicola, prodotta da Dori Ghezzi, usa filmati d’epoca, video con Fabrizio che parla in prima persona e più di trenta canzoni tra cui alcuni inediti degli anni giovanili.

 Interessante questo documentario sul cantautore genovese. Contando che De Andrè è uno dei numeri uno della musica mondiale, questo lavoro voluto assolutamente da Dori Ghezzi  e prodotto dalla Fondazione Fabrizio De André presentato al Festival del Cinema di Roma nel 2008 per la sezione "L'Altro Cinema"riesce bene a dare una collocazione su alcune ideologie del cantautore. Oltre raccogliere una serie di testimonianze e sequenze mai viste prima è scandito in modo frenetico da spezzoni di concerti live e trasmissioni televisive. E' stato pubblicato e distribuito per la vendita, con lo stesso titolo, insieme ad un doppio CD.
Partendo dai protagonisti che raccontano alcune vicende sicuramente uno di quelli che commuove di più è Wenders che lo considera uno dei 5 artisti migliori sulla faccia della terra al pari dei grandi nomi del rock e non solo. Tralasciando Fiorello e Vasco e Castellitto che risultano un po stucchevoli, citerei invece la scena risaputa di Battiato che non riesce a portare a termine il brano di De Andrè commuovendosi in diretta oppure la descrizione che ne fa Salvadores.
Ghezzi voleva questo documentario come se il materiale che circolava non bastasse e quindi ci voleva qualcosa che attraverso la musica testimoniasse anche alcuni punti salienti della vita del cantautore.
Ci riesce in parte la Marchesi a mio avviso. Da un lato il documentario non può che far commuovere e mostra come dicevo alcuni aspetti biografici molto interessanti narrati dallo stesso artista come ad esempio  la svolta professionale arrivata grazie all’interpretazione di “Marinella” da parte di Mina. Grazie a questo successo, De André lascia gli studi di legge e capisce che potrebbe iniziare a percorrere la carriera del cantautore.
Poi il suo interesse per il sottoproletariato che diventa la sua “non classe” sociale preferita da dove trae episodi di cronaca e renderli protagonisti delle sue canzoni grazie anche ai racconti dello zio e del nonno.
L’impeto di rabbia per i colonialisti e l’attacco continuo agli americani così come il suo punto di vista sulla scoperta dell’America.
Il punto forse un po deludente e l’associazione tra le parti come se non ci fosse una linea diretta tra i contenuti. Sembrano più una disposizione per sentimenti piuttosto che per logica oppure cercando di mantenere una scansione prestabilita.

Non è un sognatore ma anzi un lucido cinico che smonta forse in maniera un po rude le ambizioni dei giovani senza nascondere la sua perplessità verso le nuove generazioni, condanna il servilismo e il clientelismo, condanna le istituzioni e le strutture che “violentavano” la gente e lo stato come nemico della protesta politica costante che attraversa tutta la sua carriera.
Infine la sua passione e il suo amore che si traduceva in poesia verso i derelitti e gli emarginati è la sintesi del suo pensiero sociale su una società sempre più egoista e consumista.

La scena poi in cui suona L’agnata nel settembre del ’78 al Tempio Pausania in compagnia di Ghezzi e soci non solo è il culmine dell’eleganza dell’Artista ma un momento nostalgico davvero commuovente che trasmette una pace dei sensi inverosimile per poi terminare con Amico Fragile quello che in fondo racconta di tutti noi che procedendo dimentichiamo la bellezza della semplicità e delle nostre storie di vita e di umanità.


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